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Foto pixabay
Gli altri ci chiamavano la tribù, perché vivevamo tutti
assieme come gli indiani, ed eravamo tutti né più né meno che dei selvaggi.
La palazzina che sembrava scavata dentro Pizzofalcone, e
negli anni l’avevamo colonizzata tutta quanta, soprattutto quando i Russo
dell’ultimo piano se n’erano andati allo scoppiare della guerra.
In quell’ecosistema, a regnare eravamo rimasti noi.
Noi ragazzini avevamo consumato le ginocchia e passavamo
le estati sui sampietrini di via Santa Lucia, dove eravamo nati tutti quanti da
almeno tre generazioni.
Qualcuno della famiglia di mamma veniva da Monte di Dio;
un altro cugino stava ‘n coppa ai
Quartieri, e già sembrava un forestiero.
Mio padre era un brav’uomo, e in quanto tale non c’era
mai.
Iss fatica
Ogni tanto venivano a cercarlo le guardie. Mamma faceva
il caffè, chiacchieravano e loro ci regalavano le caramelle. Per questo si
sentivano. Dopo un po’, visto che mio padre non c’era, se ne andavano
scusandosi per il disturbo.
«Sono amici di papà?» aveva chiesto una volta mia sorella
Mena ma mamma aveva tagliato corto «No, quelli… Quelli lavorano con la
concorrenza, ecco» e si era messa a lavare le loro tazzine con più energia del
solito.
Quando arrivai all’angolo della strada e intuii in fondo
la nostra tana, mi si strinse il cuore.
Ero diventato un altro dopo tutti quegli anni, e a
guardare indietro mi sentivo come Dorian Gray davanti al suo ritratto.
Se pensavo che fossero altri, e non la mia famiglia, mi
saliva quella compassione mista a ribrezzo che viene a chi non capisce; quando
ricordavo che c’era il sangue a tenerci legati, quel sentimento si trasformava
in vergogna.
Mi fermai lì davanti a studiare la casa, approfittando
del fatto che dei ragazzini non mi avrebbe riconosciuto nessuno.
Avevo meno della loro età quando mi ero imbarcato e
nessuno di loro era ancora nato a quel tempo.
Erano meno cenciosi di quel che eravamo stati noi, ma per
il resto non erano poi molto diversi.
Le bambine imparavano a fare le smorfiose ancora prima di
diventare donne, e i ragazzini si pestavano forte per nascondere la paura.
Da dentro, arrivava l’odore del pavimento lavato tutti i
giorni per pulirsi la coscienza, e quello delle sigarette di contrabbando che
da piccoli usavamo alla stregua di carta moneta.
Dalla finestra vidi la schiena di mia madre. Ora avevano
un televisore in casa, credo addirittura a colori, e mamma portava degli
orecchini d’oro. Forse erano finti.
Dopo aver riabbracciato tutti, ci sedemmo io e lei in
cucina.
Avevo sempre scritto come promesso, ma poche volte mi avevano
risposto. Sempre brevemente, in stampatello e a matita, calcando la mano come
se ogni lettera fosse una gran sudata.
A parole, mamma era molto più loquace.
Mi raccontò gli ultimi dieci anni di vicissitudini di
quella casta di diseredati come sapeva fare lei, allacciando una storia
all’altra senza nessi logici, senza dire come o quando, tutto in un dialetto
stretto che di sicuro italiano non era.
Mio cugino Mimmo si era fatto dentro e fuori da
Poggioreale tre o quattro volte.
Non mi disse perché, ma solo che era un bravo guaglione, che aveva avuto sfortuna.
La ciorta.
Pareva una specie di malattia ereditaria, come un tumore, che poteva essere
benigno, oppure maligno. Per noi era sempre il secondo.
Zio Checco adesso si
teneva a una, una ragazza giovane di Montesanto. Aveva avuto un figlio con
una donna di nome Susy. Ora abitava pure lei con la tribù.
Il bambino lo avevano chiamato Francesco, come lui, ma
non gli aveva voluto dare il cognome, e per sistemare le cose sulle carte quel
povero creaturo era stato convinto di
essere figlio di quella che in realtà era la nonna, e che la madre fosse la
sorella più grande.
Chill tene sul a’ capa a pazzià
Fece una pausa solo per accendersi una sigaretta. Io mi
sentivo già disgustato.
Mia sorella Mena si era sposata. Ma presto era tornata a
vivere con loro perché il marito aveva un’altra.
Quello veniva tutte le sere sotto la finestra a dirle che
doveva tornare a casa e lei gli urlava dal balcone i morti e gli stramorti,
mentre i figli dietro la gonna spiavano spaventati.
Ma di lì a poco sarebbe tornata a casa, che erano sposati
e lì mica si poteva stare tutti coi bambini.
Quelli con cui lavorava mio padre si erano ingranditi, e
quando lui era morto per riconoscenza, avevano preso a lavorare tutti i miei
fratelli. Adesso di soldi ne giravano in casa, e mamma veniva trattata come una
regina, cioè lavava lo stesso le mutande a tutti, ma con la lavatrice.
Pensai alla famiglia di Silvia, e mi si fece un nodo in
gola.
Li conoscevo tutti.
Gente perbene con la camicia inamidata, che avrebbe
chiamato scandalo un piatto rotto.
Immaginai per un attimo, allo stesso tavolo, il giorno
del matrimonio con quella marmaglia che non sapeva sedere composta e parlare
senza alluccare.
«Mamma, veramente ero venuto per invitarvi tutti. Mi
sposo» ecco quello che ero venuto a dire.
Non lo dissi mai.
Dopo una serie di interminabili storie di miseria, mi
alzai scusandomi «Me n’agg’ a ì» dissi.
Mi usciva un po’ forzato il dialetto ormai.
«Ma comm’è?»
Vennero a sapere che mi ero sposato dalle pubblicazioni
del comune.
Fu allora che sul mio nome venne messa una croce nera
indelebile.
Da noi funzionava così, che si perdonavano gli sfregi e
si applaudivano i mariuoli, ma chi voltava la faccia alla famiglia era bandito
per sempre.
Non misi mai più piede nella casa a Santa Lucia.
Con la famiglia di Silvia inventai una scusa, e dissi che
nessuno poteva venire.
Loro non fecero domande.
Ogni volta che capito a Napoli, ci passo davanti al covo
della Tribù. Li guardo da lontano come si guardano gli aborigeni dei
documentari, pensando sia impossibile che in fondo in fondo apparteniamo alla
stessa razza.
Eppure loro resistono, insieme, come cozze su quello
scoglio sotto Pizzofalcone, mentre io ogni volta che mi avvicino vengo
trascinato via di nuovo dalle onde del mare.
La tribù è un racconto di Denise Antonietti

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